Parla il grande chitarrista nero che stasera aprirà il Gospel Jazz Fest in Santa Maria di Campagna

di Seba Pezzani - Libertà 9 dicembre 2011

Gospel Fest - Libertà 9 dic 2011 Un luogo: Santa Maria di Campagna. Un artista: Eric Bibb. Difficile pensare a un binomio migliore in una cornice prenatalizia come quella di stasera dove, alle 21.30, il grande chitarrista si esibirà in duo con il chitarrista svedese Staffan Astner nel concerto che apre ufficialmente il Gospel Fest 2011 curato dalla Cooperativa Fedro.
Bibb, fine cantante e chitarrista di New York, è davvero uno dei più illustri cantastorie della moderna tradizione afroamericana. Gli abbiamo fatto qualche domanda per introdurre la sua esibizione. Eric, oltre che un grande musicista, è anche una persona colta e disponibile.

Bibb, la sua è una famiglia di musicisti. Suo padre, Leon, è un ottimo crooner e suo zio, John Lewis, è stato il leggendario pianista del Modern Jazz Quartet. Si dice che a casa sua facessero spesso visita personaggi come Pete Seeger, Odetta e Dave Van Ronk. Che rilevanza ha avuto tutto questo sulla sua crescita culturale e musicale?

«Un'importanza enorme. Incontrare personaggi di quel calibro da giovane è stato il miglior nutrimento che potessi avere, prima di diventare l'artista che oggi sono. La mia stretta vicinanza con la musica e i suoi grandi esecutori è stata il mio segreto. Non che tutti i giorni a casa mia ci fosse quella gente, ma capitava abbastanza di frequente».

Come si definirebbe: un folk singer, un bluesman, un cantante gospel o magari tutte e tre le cose insieme?

«Tutte e tre le cose, un "trovatore" che canta musica americana delle radici. Non sono certo stato il primo, ho semplicemente calpestato un terreno su cui erano già passati in tanti prima di me. Ho scelto la via della tradizione, sulle orme di figure leggendarie come Mississippi John Hurt, Leadbelly, Bukka White, gente dotata di un incredibile talento naturale».

A proposito di Bukka White. Lei gli ha dedicato uno dei suoi ultimi dischi, "Bukka's Guitar". Come mai proprio Bukka White? Che cos'ha di tanto speciale?

«Bukka (ndr. cugino di B. B. King dalla vita movimentata, finito nel penitenziario federale di Parchman con un'imputazione di omicidio) era proprio come John Hurt, ovvero un talento genuino, ma anche un grande professionista. Riscoperto negli anni Sessanta, ha saputo mostrare la sua capacità tecnica al pubblico, ma soprattutto si è fatto apprezzare per la sua intensità. Bukka cantava dal profondo del cuore e viveva attraverso la sua musica. La sua musica trasudava esperienze di vita. Bukka non sarebbe potuto essere altro che quello».

Suonare in una chiesa, per un cantante gospel come lei, che sensazione è?

«Mi è capitato tante volte di farlo, soprattutto in Scandinavia. Non è sempre facile, per via di condizioni acustiche spesso proibitive, ma finisce che mi diverto comunque. In effetti, per me gospel e blues sono sempre stati un tutt'uno. Uno dei miei dischi più apprezzati 12 gates to the City (Ndr. consigliatissimo, forse il suo album più intenso), è di fatto un disco di gospel acustico, un progetto voluto da un amico-produttore, un disco che raccoglie il meglio del mio repertorio spiritual. Tra l'altro, questo disco l'ho registrato nell'arco di pochi giorni, in Canada, nel meraviglioso scenario del parco nazionale di Banff, e lo stesso ambiente naturale ha contribuito a farmi entrare in una specie di trance musicale».

Una delle cose che mi ha sempre colpito maggiormente della musica nera è la sua profonda sincerità…

«È l'essenza del blues. Non si tratta di una musica nata per intrattenere il pubblico, per quanto abbia finito per assolvere anche a quella esigenza. Si tratta dello strumento di sopravvivenza di un intero popolo, quello degli schiavi sradicati dalla propria terra e trasportati a forza in un mondo dalle condizioni di vita raccapriccianti. I primi schiavi o braccianti neri che cantavano la loro musica, magari lo facevano mentre sgobbavano da soli in un campo desolato, rivolgendosi al mulo. Il blues è comunicazione tra l'individuo e Dio o, se vogliamo, tra l'individuo e l'ambiente che lo circonda, per esorcizzare una vita di oppressione. È una musica potente, sincera, piena di anima, quasi una preghiera per alleviare un dolore intenso».

Nel suo disco dal vivo "Live à Fip", commenta l'elezione di Barak Obama dicendosi "giubilante". A distanza di tre anni, si sente ancora così?

«Il giorno delle elezioni ero a Seattle, nello stato di Washington, una comunità a maggioranza democratica. Quello fu un momento di grande euforia per molti americani. Sfortunatamente, le aspettative non sono andate completamente soddisfatte, anche se non credo se ne possa addossare la responsabilità sul nostro presidente, un uomo sincero che si è trovato ad affrontare la difficile condizione di un paese da troppo tempo in balia di idee sbagliate. Resto fiducioso nella possibilità di un vero cambiamento».

Ultimo aggiornamento (Venerdì 09 Dicembre 2011 14:05)