Il complesso di Birmingham, che domani sera a Travo darà vita al secondo concerto per il Gospel Fest, parla dei suoi inizi

Seba Pezzani - Libertà 22 dicembre 2011

Gospel Fest 2011 - Libertà 22 dicembre 2011La chiesa parrocchiale di Travo è stata teatro di concerti gospel già negli anni scorsi, ma il nuovo appuntamento del Gospel Fest 2011 in programma alle 21.30 di domani sera è destinato a lasciare un ricordo indelebile. Di scena saranno infatti le Black Voices, il gruppo vocale inglese che fa del gospel uno, ma non l'unico, dei suoi punti di forza. Chi ha avuto modo di vederle in azione sull'altare della Collegiata di San Fiorenzo, a Fiorenzuola, sabato scorso, è

rimasto letteralmente a bocca aperta: armonie vocali semplicemente ai limiti dell'impossibile, con arrangiamenti degni di una jazz band e intensità da grande musica nera. Lo spettacolo che si prospetta, dunque, è per palati finissimi, anche se la proposta musicale delle Black Voices è di sicura presa popolare. Insomma, uno show imperdibile, anche in virtù di una scaletta sempre diversa che offre al pubblico classici della tradizione natalizia, brani di ispirazione religiosa e grandi successi pop come Get up, stand up di Bob Marley, (You make me feel like a) natural woman di Aretha Franklin, Many rivers to cross di Jimmy Cliff o una straordinaria versione di Bridge over troubled water di Simon & Garfunkel.
Subito dopo l'esibizione di Fiorenzuola, abbiamo avvicinato Carol Pemberton, fondatrice del gruppo insieme a Sandra Francis, e le abbiamo fatto qualche domanda.
Nel 1987, anno della vostra formazione, qual è stata la scintilla che vi ha spinte a creare il progetto Black Voices?
«Andai a vedere uno dei miei ensemble vocali preferiti di sempre, le americane Sweet Honey in the Rock, il cui concerto non si teneva a Birmingham, la mia città, bensì a Liverpool. Un'emozione così forte che mi trovai in lacrime nel bel mezzo dello show. Siccome già cantavo, mi dissi che in Inghilterra mancava qualcosa del genere. Io e Sandra al tempo facevamo le coriste per parecchie band di Birmingham, ma quello che sentii quella sera era del tutto diverso, una musica intensa, cantata a cappella, cioè senza il minimo accompagnamento strumentale. Così, decidemmo di metterci insieme e di esibirci e il manager che al tempo si fece promotore dell'evento mi chiese che nome indicare sul cartellone. Una bella domanda: non ci avevo pensato. Non c'era tempo e lui ci guardò e disse, "Siete ragazze di colore e cantate. Vi chiamerete Black Voices". E il nome Black Voices è rimasto per sempre».
Un po' come è successo con The Band.
Già. (ndr. Risate). Suonavano con Bob Dylan, che li chiamava The Band, il gruppo, e quando fecero i loro dischi, non avendo un nome mantennero quello e passarono alla storia come The Band, "il gruppo".
Le Sweet Honey in the Rock sono un gruppo vocale americano storico. Come mai vi fecero tanta impressione?
«Perché cantavano l'amore. Perché le loro canzoni avevano tematiche importanti e parlavano di cose positive, ma anche della quotidianità, cioè di argomenti con i quali il pubblico si identificava facilmente. Insomma, la loro musica aveva un che di terapeutico».
Se dovesse invitare il pubblico a venire a vedervi e sentirvi a Travo domani sera, come descriverebbe la vostra musica, visto che non siete un gruppo gospel tradizionale?
«E' vero. La nostra è una musica molto variegata. Non a caso, siamo tutte di origini caraibiche, per quanto ciascuna di noi abbia antenati provenienti da isole diverse. Ci sentiamo di dire al pubblico che resterà piacevolmente sorpreso e che noi non siamo mai ciò che la gente si aspetta che siamo. C'è tanta musica da chiesa in quel che facciamo. Gospel, naturalmente. E cerchiamo sempre di coinvolgere la gente e di farla cantare. Nella chiesa di Fiorenzuola, per motivi acustici, non abbiamo potuto farlo, ma se le condizioni sonore lo consentiranno, ci proveremo. E poi posso dire che la nostra è una musica fatta di tutti i grandi temi cari all'uomo: vita, amore, nascita, morte, matrimonio, gioia, ecc. ».
In effetti, il vostro spettacolo spazia tra diversi generi…
«Come dicevo, è uno show molto vario, tra gospel, jazz, reggae, musica africana, spiritual, pop, musica caraibica. La nostra stessa formazione individuale è varia. C'è chi ha fatto studi musicali classici, chi ha sempre cantato in chiesa, chi ha il proprio punto forte nel repertorio della Motown. Per esempio, il brano che ci ha fatte conoscere al grande pubblico è una nostra versione a cappella dell'ormai classico Something inside so strong di Labi Siffre.

 

Ultimo aggiornamento (Martedì 27 Dicembre 2011 21:11)